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Il ballo tradizionale di Mamoiada

Su Passu Torrau e Su Sartiu

Il Ballo di Mamoiada

Il ballo sardo di Mamoiada è caratterizzato da due importanti varianti: “Su Passu Torrau” chiamato un tempo anche “Sa Mamujadina” e “Su Sartiu”.

Balli in piazza – Foto Pablo Volta 1957

Su Passu Torrau, letteralmente tradotto il passo ritornato, ballo originario di Mamoiada, prevede e una serie di passi avanti seguiti dal ritorno sul passo precedente (torrau = ritornato). Viene anche chiamato “a sa seria” alla seria, per via della compostezza e serietà in cui viene eseguito dai ballerini; l’esecuzione dello stesso viene fatta a piccoli passi che quasi impercettibilmente si sollevano da terra e viene accompagnato in genere dall’organetto o dall’armonica a bocca, “su sonu a bu’a” e un tempo spesso dal canto a tenore.

La regola vuole che si alternino un uomo e una donna, quest’ultima sempre alla destra dell’uomo e i ballerini, disposti in cerchio a “ballu tundu”, il caratteristico ballo tondo tanto immortalato nella piazza Santa Croce a Mamoiada, eseguono questo passo tenendosi stretti con braccia e mani che si incrociano e schiena ben dritta.

Ballo in piazza Santa Croce immortalato dal fotografo Pablo Volta nel 1957.

Esso comunque richiede una certa preparazione e viene eseguito in completa armonia con il suonatore.

A “su passu torrau” si alterna, ogni tanto durante l’esecuzione, “s’intrada”, segnalata da una leggera pressione sulla mano, i ballerini avanzano all’interno del cerchio a piccoli passi in avanti eseguendo al termine due leggere flessioni delle ginocchia, “s’intrada” può essere singola, al termine si ritorna indietro o doppia, segnalata da una’altra leggera pressione di mano.

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A queste semplici regole se ne affiancano altre che seguono un rituale ben preciso e controllato da diversi uomini all’interno del cerchio; il ballo infatti non si svolge solo in quest’ultimo, ogni tanto infatti, vengono chiamate dentro il cerchio delle coppie, che ruotano attorno al suonatore ripetendo quello che avviene per “S’intrada” e talvolta la coppia esegue una rotazione a 360° molto coreografica, che termina sempre con le flessioni sulle ginocchia.

La coppia può anche essere separata, ogni tanto viene chiamato il cambio, “a posto la donna”; in questo caso il ballerino accompagna la donna nel punto in cui ballava precedentemente e cambia compagna, viceversa per l’uomo, ” a posto l’uomo”.
Queste regole importantissime, non venivano trasgredite, pena l’esclusione dal ballo. Gli stessi coordinatori del ballo possono decidere in base al numero delle persone, di organizzare altri cerchi all’interno del principale, sono noti infatti “sos ballos a duas pizas” o “a tre pizas”, in poche parole ballo a due o a tre cerchi.

Su Sartiu, invece è un ballo caratterizzato da movimenti più veloci e vivaci, leggermente saltellato, ma senza esagerazioni, prevede anch’esso come per il passu torrau delle “corse” in avanti, “S’intrada”, che viene segnalata al ballerino da una leggera pressione sulla mano.

Tziu Beccone suona l’organetto in piazza. Da notare che sono presenti uomini con il camice bianco, che sono i coordinatori del ballo in piazza.

Essendo più veloce e meno monotono viene eseguito più volentieri dai ballerini. Le regole sono le stesse de “su passu torrau” così come le coreografie eseguite dalle coppie all’interno del cerchio.

Altro ballo che viene eseguito spesso è Su Dillu, ma non fa parte dei balli originari. Esso invece è un ballo del Goceano composto da un solo movimento che consiste in due saltelli sul piede destro e due sul piede sinistro.

Balli in piazza anni ’70

Di derivazione profana, pare venisse anticamente eseguito come forma di scongiuro per le vittime della puntura dell’argia, un ragno velenoso, per allontanare il pericolo della morte. Tale ipotesi sarebbe suffragata non solo dal fatto che da esso deriva su ballu ‘e s’arza (il ballo dell’argia), eseguito a passo di dillu, ma anche dal nome stesso del ballo. La parola dillu sarebbe infatti una contrazione di “dilliriu” che significa delirio; inoltre le parole che accompagnano spesso la danza “dilliri, dilliri, dilliriana”, richiamano per assonanza la stessa parola “dillirium”. Una seconda ipotesi invece fa risalire il nome del ballo da “dillisu” (“beffa, scherno”) e sostiene che nei tempi antichi il ballo venisse eseguito dopo una razzia di bestiame (“bardana”) come festeggiamento per essere riusciti a beffare i proprietari della mandria.

Brevi cenni sul ballo in Sardegna

Il ballo tradizionale (“su ballu sardu”), ancora oggi largamente praticato a tutti i livelli sociali, rappresenta per molti paesi dell’isola uno dei momenti aggregativi e comunitari più importanti.

Sino alla prima metà del Novecento, la buona riuscita di una festa dipendeva quasi esclusivamente da come si svolgevano le danze e particolare attenzione si prestava all’aspetto sonoro e coreutico. Il ballo, inoltre, rappresentava anche una delle più importanti occasioni di socializzazione offerte alla comunità, e, in particolare, era il momento in cui le persone di sesso opposto potevano stare a stretto contatto e comunicare le proprie simpatie amorose. Ancora oggi sono numerose le occasioni, formali e talvolta informali, che danno luogo allo svolgimento di balli: Carnevale, feste patronali, feste campestri, matrimoni, “spuntini”, eccetera. Il patrimonio etnocoreutico della Sardegna è estremamente ricco, tanto che più che parlare di “ballo sardo”, sarebbe più corretto parlare di “balli sardi”. Ogni paese possiede le sue musiche da ballo, per lo meno due o tre tipologie differenti. Su queste musiche, molto spesso, si ha una serie di forme coreutiche che possono variare in base al luogo in cui si svolgono le danze (all’aperto o al chiuso) e all’occasione (Carnevale, festa patronale, ecc.). Ciascuna comunità locale possiede dunque i propri balli, nettamente distinti rispetto a quelli dei paesi vicini o almeno considerati tali. Le differenze in alcuni casi sono macroscopiche, in altri possono sembrare minime, ma per le singole comunità hanno grande importanza perché sottolineano l’identità de “sa bidda” e marcano la diversità con le altre comunità. Ogni ballo ha il suo nome che spesso mette in risalto una caratteristica di quella danza: l’aspetto morfologico (“ballu tundu, cointrotza, ballu brincu, ballu mannu, passu puntau, ballu ‘e sa cruxi, passu e tres”, ecc.), toponimico (“logudoresa, ballu ‘e ‘Usache, campidanesu, ballu ‘e su marghine, mamoiadina”, ecc.), asemantico (“su dillu, su dennaru, su durdurinu”, ecc.), situazionale (“ballu ‘e su cumbidu, ballu froniu, sa ciappita”, ecc.), anatomico (“ballu ‘e ischina, s’anchetta, sciampitta”, ecc.), cronologico (“ballu antigu, arciu antihu”, ecc.), strumentale (“ballu ‘e su saccu, ballu ‘e s’isprigu, ballu ‘e sa scova”, ecc.).

All’interno di questo ricco patrimonio una varietà di fonti sonore scandisce i ritmi del ballo: il canto monodico della voce maschile o della voce femminile, la polifonia vocale (“tenore, cuntzertu, cuntrattu”), la voce con accompagnamento strumentale (chitarra, organetto, “pipiolu”, ecc.).
(Tratto da Sardegna Cultura)

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