La Perda Longa di Mamoiada

Tyndale, John Warre – L’Isola di Sardegna II Volume – 1849

Un resoconto di Viaggio molto bello che parla di Mamoiada, Archeologia e Tradizioni.

Partii da Nuoro, in compagnia di diversi amici cortesi dei quali ero stato ospite durante il soggiorno in città, per andare a vedere la perda longa che si trova fra Nuoro e Mamoiada.

Il luogo prende nome dalla pietra centrale delle tre perdas longas, ovvero pietre lunghe, e poiché nessuno di noi nulla sapeva, se non per sentito dire, in merito alla loro ubicazione, fu necessario chiedere informazioni a tutti quelli che incontravamo e, come c’era da aspettarsi, ognuno dava una risposta diversa. Alla fine trovammo la persona adatta la quale, pur avendo fretta di andare a Nuoro per poter tornare a Fonni in tempo per la festa, ci accompagnò di buon grado quando seppe che ero straniero: uno dei tanti esempi di civiltà e cortesia dei Sardi.

La perda longa, uno degli esemplari più perfetti dell’Isola, consiste di tre monoliti o pilastri diversi fra loro ma tutti tendenti ad assumere la forma più o meno conica come un obelisco, con lati irregolari. La pietra centrale sarebbe del tutto conica se non fosse per una graduale protuberanza nella parte centrale che le conferisce un aspetto ovale allungato.

J.W.T.
I frammenti del menhir a Perdas Longas

Nonostante sia stata rovesciata e nella caduta si sia fatta in tre pezzi, stanno tutti così vicini l’uno all’altro che non fu difficile misurarli. Ha un’altezza di diciotto piedi e sei pollici, larga al centro tre piedi e due pollici ed alla base due piedi e due pollici e soltanto dieci pollici in cima.

Le due pietre laterali stanno a circa sei piedi da quella centrale; quella rivolta ad oriente è alta sette piedi e tre pollici, alla base misura due piedi e quattro pollici per un piede e sei pollici e va diminuendo gradualmente in cima fino a un piede e cinque pollici; purtroppo ho perduto le misurazioni dell’altra posizionata verso ovest. Recano pochi segni di rifinitura mediante l’uso di arnesi e soltanto in quella al centro sono evidenti i segni della scalpellatura.

Tutte e tre si trovano in uno spazio delimitato approssimativamente da pietre piccole ed irregolari, in un recinto ovale i cui   diametri, maggiore e minore, erano di venticinque e venti piedi. La pietra centrale era stata rovesciata dai paesani nel 1824, anno dell’ultimo Giubileo, quando molti monumenti del genere, come le tombe dei giganti ed i nuraghi, subironola stessa sorte. Il popolino, infatti, credeva che gli spiriti  maligni che custodiscono i tesori nascosti sotto le pietre, in quegli anni particolari perdessero il potere di impedire che questi potessero essere ritrovati.

Il frammento di menhir che ha la vista sul monte Gonare.

Lo schizzo sottostante delle pietre (supponendo che quella centrale stia ancora in piedi) può dare qualche idea delle loro proporzioni. Non distanti da queste, si trovano altre pietre di grossa dimensione ma la differenza per forma e posizione era talmente notevole che vien da chiedersi se a sistemarle lì fosse stata la natura o l’arte dell’uomo, considerato, pure, che la natura del terreno è pietrosa; la pietra più conica e rifinita, tuttavia, era lunga quattordici piedi e nove pollici e larga due piedi e nove pollici. In altre parti d’Europa i monoliti sono considerati generalmente rovine celtiche ed è stata pienamente accertata la reciproca somiglianza. Uno di questi monumenti, noto come die Kunkel, la conocchia, che si trova nei pressi di Ebersville, in Alsazia, giace per terra ed è lungo ventidue piedi e sei pollici, a forma di obelisco; ve ne sono parecchi altri nel distretto dell’antica Gallia, nei pressi di Rauraci, Tribocci e Nemetes, che ospitavano colonie germaniche sotto Ariovisto. La loro origine celtica è data per scontata18.

Le rovine celtiche presso Carnac, Avebury e Stonehenge, sono costituite da diversi grossi blocchi sparsi su un vasto spazio. I pilastri della Sardegna non somigliano alle tre pietre che fronteggiano i triliti di Stonehenge, dove i tenoni in cima alle pietre perpendicolari sono stati adattati a mortase nel lastrone sovrastante, né pare abbiano mai avuto una pietra posta orizzontalmente sulla sommità. Nessuna somiglianza con un cromlech o kistvaen; le loro forme coniche e circolari non presentano le caratteristiche dei monumenti celtici, né sono dei tumuli che costituiscono la costante concomitante di questi ultimi.

I cumuli di pietre di Avebury e Stonehenge sono stati da alcuni studiosi ritenuti dei templi, collegati al culto dei corpi celesti e si ritiene che Carnac, nella lingua bretone, significhi “un campo di carne” per quanto, secondo Ducange, sia un luogo di sepoltura o cimitero. Se si potesse stabilire una qualche analogia o somiglianza fra i templi celtici, con i loro triliti, ed i nuraghi con le perdas longas, ciò deporrebbe a favore dell’ipotesi che i monumenti sardi possano essere stati cimiteri ed altari ma non pare esista alcun rapporto tra i monumenti che si trovano in Francia e in Inghilterra e quelli della Sardegna; fra loro, nessuna somiglianza con quelli dell’Isola. In particolare, né i nuraghi, né le tombe dei giganti e le pietre coniche (come a Tamuli) si ritrovano in altri Paesi.

Si dice, tuttavia, che vi siano monumenti simili alle perdas longas a Malta e a Gozo. Senza volersi addentrare nella questione dell’analogia fra le varie forme di culto orientale e druidico, si potrebbe ricordare che La Marmora annette importanza alla forma ed alla sagoma di una pietra che si trova a New Grange, nella contea di Meath, la cui sommità è triforcuta in tre punti, e nella quale la punta centrale è la più alta e porta grossolanamente scolpiti tre serpenti attorcigliati19.

Ma la triade ed il serpente compaiono in quasi tutte le forme di culto orientale e non predominano negli idoli sardi in misura inferiore che nelle rovine di Avebury e degli altri templi celtici che, secondo Stukeley, Deane ed altri, si dovrebbero chiamare Dracontia, ovvero Templi dei Serpenti20. Tutto questo è però sufficiente a stabilire un collegamento fra le pietre sarde e quelle celtiche? E se ciò non è possibile, quelle sarde sono di origine fenicia oppure sono da ascrivere ad una più antica origine orientale? Si ritiene che i baithylia o betili, le pietre sacre adorate dagli antichi Cananei e dai Fenici, siano state le forme primordiali del culto dei simboli che si ricordi, e che abbiano avuto origine dalla pietra di Beth-el, che Giacobbe innalzò dopo il sogno21.

Secondo il Movers22, «la religione di tutti i Paesi idolatri siro- arabi, consisteva nella divinizzazione dei poteri e delle leggi della natura, l’adorazione di quegli oggetti nei quali si pensava risiedessero tali poteri e attraverso i quali agiscono. Il concetto più semplice e più antico è quello secondo il quale la divinità assume forma umana, maschile e femminile, e che considera il sesso maschile tipico del potere attivo, generatore e distruttivo mentre il potere passivo della natura, la cui funzione è di concepire e generare, è personificato dalla forma femminile».

Il grandissimo menhir di Buscuddui:

Queste osservazioni, pertinenti più alle pietre coniche di Tamuli che alle perdas fittas, spiegano come nelle età antiche, la “Madre Universale” fosse oggetto di culto fra i popoli pagani di diversa stirpe ed il cono sembra essere il simbolo primordiale attraverso il quale la “madre” veniva venerata. Gli Arabi adoravano tale divinità sotto il nome di Alitat o Alitta; gli Assiri la chiamavano Mylitta; i Persiani la adoravano come Mithra o Mitra; i Siriani, Derceto23. I Fenici, e successivamente i Cartaginesi, adorarono la “Madre Universale” come Astarte o Astroarche e fu chiamata dai Greci la Venere Celeste.

Fra gli antichi popoli idolatri non si trova un cenno specifico in merito alla forma del suo culto ma riscontriamo che Erodoto cita il suo tempio24 a proposito dell’invasione sciita dell’Egitto nel 630 a.C. Così egli afferma: «Il popolo della Scizia, nel viaggio di ritorno alle loro terre, giunse ad Ascalon, città della Siria. La maggior parte di esso vi passò senza compiere azioni moleste, ma altri, rimasti indietro, saccheggiarono il tempio della Venere Celeste. Fra tutti gli edifici sacri eretti a questa divinità, si trattava, secondo fonti autorevoli, del più antico dei templi. Gli stessi ciprioti confermano che il loro tempio fu realizzato sul modello di questo e quello di Citera fu costruito da alcuni Fenici che giunsero da questa zona della Siria». Molte monete ritrovate a Cipro riportano il simbolo del cono ma nessuna indicazione circa la datazione. Tacito25, riferendo della visita di Tito a Cipro (69 d.C.), nel fornire una descrizione del tempio di Venere Pafia, della sua fondazione e delle cerimonie che vi si svolgevano, afferma: «La statua della dea non ha alcuna somiglianza umana. È una figura rotondeggiante, larga alla base, che gradualmente elevandosi assume la forma di un cono. La ragione di ciò, qualunque essa possa essere, non ha spiegazione».

Erodiano26, nelle memorie della vita dell’imperatore Macrino, vissuto nel 217 d.C., afferma che l’immagine della divinità fenicia «è rappresentata da una grossa pietra, di forma rotonda alla base che termina a punta e la sua forma è conica». Ciò trova conferma nelle medaglie di Emesa (la sede principale del culto di Eliogabalo), fra le quali se ne trova una di Antonino Pio coniata in quella località che rappresenta l’aquila romana su una pietra conica27, e in quelle di Caracalla nelle quali un uccello, ubicato di fronte ad essa, sta al centro di un tempio esastilo. In occasione dell’ascesa al trono di Marco Aurelio Antonino, dopo che era stato sacerdote della divinità di Eliogabalo, ed aveva, quindi, assunto quel nome nel 219 d.C., il culto di quella divinità fu importato a Roma con le stesse sembianze e, in occasione delle sue nozze con la fenicia Astroarche – la medesima Madre Universale – sua moglie fu anche personificata in una pietra portata da Cartagine.

Tirio Massimo, che visse nel 270, nella sua disquisizione sul rapporto immagine-culto, afferma: «La Venere era adorata dai Pafi attraverso un simbolo che si può paragonare soltanto ad una pietra bianca a forma di piramide». Che il culto di queste pietre si sia protratto in Sardegna si deduce dalle lettere prima ricordate che papa Gregorio Magno inviò ad Ospitone, il capo dei Barbaricini nel 594,28 nelle quali fa riferimento a certe pietre sacre che il suo popolo adorava; a questo tipo di idolatria si fa cenno anche in un’iscrizione sul portale della chiesa di Fonni. Le affermazioni che abbiamo riportato, sebbene possano spiegare il culto fenicio della Madre Universale e la sua introduzione in alcune isole del Mediterraneo, non provano – in realtà – con sicurezza che tale culto sia stato introdotto anche in Sardegna. Tuttavia, le pietre coniche affini a quelle di Tamuli, i nuraghi, le tombe dei giganti e gli idoli, in apparenza tutti di origine cananea o fenicia, si possono portare a sostegno dell’ipotesi secondo la quale quei popoli abbiano introdotto il culto dei betili assieme ad altre loro tradizioni.

Situata al termine di una vallata ricca di pascoli, Mamoiada è contornata dalle vicine colline; la zona circostante è famosa per gli alberi di noce e di mandorli. Molte piante di noci hanno una circonferenza che supera i venticinque piedi, con rami grossi in proporzione, mentre i mandorli assicurano un raccolto che supera i 4000 starelli cagliaritani, ovvero circa 5466 stai inglesi. Con questo frutto e col miele si confeziona un tipo di dolce chiamato “torrone” ed è talmente apprezzato in tutta l’Isola che se ne producono ogni anno circa 1000 cantari, ossia quasi quarantadue tonnellate, che danno un valore di 80.000 lire nuove (3200 sterline).

A Mamoiada vi sono due confraternite ed un convento di Carmelitane; se le monache fossero operose come quelle di Madeira, che si procacciano un discreto reddito confezionando fiori finti, di certo non guadagnerebbero meno confezionando torroni. Ma se anche un lavoro del genere fosse ritenuto troppo faticoso, sarebbe una difficoltà ancora maggiore dedicarsi all’istruzione dei bambini perché, secondo quanto si dice, occorrerebbe che esse per prime venissero istruite dall’A alla Z. I loro abiti sono molto lindi e l’unica cosa rilevante che si trovi nel loro edificio è un pozzo d’acqua deliziosa che viene offerta allo straniero che visita il convento.

Il 5 agosto si svolge a Mamoiada una grandiosa festa in onore di Nostra Signora delle Nevi.


18 . Vedi Johann Daniel Schoeflinus, Alsatia Illustrata, Celtica, Romana,Francica, Colmariae, 1751, 2 voll. in folio, p. 529, sez. 164.

19 Vedi Collectanea de rebus Hybernicis, vol. IV, p. 207

20 Vedi W. Stukeley, Abury; J. B. Deane, Worship of the Serpent.

21 Il riferimento è tratto dalla Genesi (28, 18) che narra come Giacobbe,

svegliatosi da un sogno, prese la pietra che aveva usato come guanciale,

la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità (N.d.T.).

22 F. K. Movers, Die Phönizier, I, 148

23 Vedi Erodoto, lib. III, cap. 8; lib. I, capp. 131, 105; vedi anche le annotazioni

di Larcher e Wesseling su questi brani che citano il lib. II, cap. 4 di

Diodoro.

24 Vedi Erodoto, lib. I, cap. 105.

25 Tacito, lib. II, cap. 2.

26 Erodiano, lib. V, cap. 6.

27 Vedi T. E. Mionnet, Receuil de Medailles, v. 227.

28 Gregorio Magno, n. 23, lib. IV, indice 11.


In località Perda Longa a Mamoiada, al confine con Elisi, vi sono ancora i resti e i frammenti dei menhir. Molto singolare anche la presenza di questa pietra istoriata:

pietra istoriata perda longas
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