Il cerchio e il fuoco. Raccontare Mamoiada senza spiegare tutto

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Barbaricina

Ci sono luoghi che non si lasciano raccontare una volta sola.
Non perché manchino le parole, ma perché ogni tentativo di spiegazione definitiva finisce per togliere qualcosa invece che aggiungerla.

Mamoiada è uno di questi luoghi.

Negli anni, camminando, ascoltando, osservando i gesti che si ripetono, mi sono resa conto che le domande tornano sempre. Tornano quando un campanaccio suona, quando una maschera viene indossata, quando un cerchio si forma attorno al fuoco. Tornano anche quando il rito cambia forma, quando il tempo passa, quando le persone non sono più le stesse.

Da qui nasce Il cerchio e il fuoco.

Non come saggio.
Non come tentativo di spiegare “cosa sono davvero” i Mamuthones e gli Issohadores.
Ma come racconto.

Un racconto che tiene insieme memoria, invenzione narrativa e riflessione personale, lasciando volutamente aperto il confine tra ciò che è accaduto, ciò che è stato tramandato e ciò che continuiamo a raccontarci.


Mamujone, prima di Mamoiada

Nel libro si torna indietro.
A Mamujone. All’acqua. Alle sorgenti. A un tempo in cui il paese non aveva ancora il nome che conosciamo oggi.

Un tempo fatto di campagne percorse a piedi, di piccoli gesti condivisi, di fuochi accesi nei vicinati. Ognuno portava qualcosa: un tronchetto, una brace conservata dall’anno prima, una presenza.

Non c’erano grandi piazze.
Non c’era un centro unico.

C’erano case, famiglie, vicinati.
E il fuoco, che teneva insieme.


La campagna muta e il silenzio che chiede

Una parte importante del racconto si ferma sulla campagna muta.
Quando i campanacci venivano tolti.
Quando il silenzio non era assenza, ma richiesta.

Non tutto doveva essere spiegato.
Non tutto doveva essere mostrato.

Nel libro compaiono donne e uomini, animali, pietre, vigneti, annate buone e annate cattive. Il vino come misura del tempo, come conto che prima o poi chiede di essere saldato.

Non è nostalgia.
È il tentativo di restituire complessità a ciò che spesso viene ridotto a immagine, a rito “antico”, a spiegazione comoda.


Il cerchio, le donne, il ballo

Il cerchio arriva più tardi.
Arriva con il carnevale, con Santa Rughe, con il ballo tondo.

Arriva anche con le donne che potevano uscire solo nascondendo il volto, accompagnate da chi ne custodiva l’identità. Con le viseras fatte di albume, farina e stracci. Con il corpo che tornava a stare nello spazio pubblico, anche solo per un tempo breve.

Nel racconto, il cerchio non è mai una forma perfetta.
È qualcosa che si apre, si chiude, si incrina.

Il cerchio non è una risposta.
È una forma che regge le domande.

Ed è proprio per questo che continua a esistere.


Non spiegare, ma continuare a chiedere

Il cerchio e il fuoco non nasce per dire come stanno le cose.
Nasce per tenere vive le domande.

Non basta definire un rito “antico”.
Non basta chiamare qualcosa “storico”.

Serve chiedersi cosa stiamo davvero portando avanti, cosa resta, cosa cambia, cosa stiamo perdendo senza accorgercene. Serve avere il coraggio di guardare dietro la frase più comoda di tutte:
“Così è stato tramandato.”

Questo libro è una presa di posizione.
Contro le versioni addomesticate.
Contro le spiegazioni che chiudono invece di aprire.
Contro l’idea che basti ripetere una formula per smettere di pensare.


Tempos de Mamujone

Il cerchio e il fuoco fa parte della collana Tempos de Mamujone, un progetto dedicato a Mamoiada, ai suoi luoghi, alle sue tradizioni e ai tempi che li hanno attraversati.

Non una ricerca di risposte definitive, ma uno spazio in cui le storie possano continuare a interrogare chi le legge.

Il racconto è disponibile in versione cartacea ed eBook su Amazon ed è collegato all’e-commerce di Mamoiada Turismo.

Per chi sente il bisogno di fermarsi un momento.
Ascoltare il silenzio.
E accettare che non tutto debba essere spiegato.

La copertina del racconto “Il Cerchio e il fuoco”