I mamuthones di Mamoiada: tracce del nome della famosa maschera sarda nell’Italia centrale e meridionale.

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Barbaricina

Dopo alcuni mesi di inattività ritorno sul mio blog per pubblicare questo studio inviatomi da Pietro Maccallini. Ogni volta che si mette mano alla nostra storia, è sempre interessante scoprire quante cose ci rendono vicini e affini ad altre regioni e tradizioni.

Buona lettura.


Nessuno, che io sappia, ha mai sostenuto che nei nostri paesi d’Abruzzo, Lazio e Meridione in genere si potessero riscontrare usi e soprattutto nomi di maschere e altro che possono essere messi in rapporto con i mamuthones del titolo (particolari maschere carnevalesche di cui hanno parlato illustri studiosi), simili ad altre figure adombrate in svariati appellativi sardi come:  mam(m)utt-one, mamucc-one, marmut-one, mamunt-omo, mumutz-one dal significato di ‘fantoccio, spaventapasseri, spauracchio dei bambini’ come momotti ’babau, befana, spauracchio’. 

In lingue antiche del Vicino Oriente si incontrano i termini mot ,motu, momotti significanti ‘morte, caos’. 

Anche l’appellativo sardo mommoi vale ‘babau, befana, fantasma, licantropo’ e simili.  Per quest’ultimo cito subito la voce simile abruzzese mamm-όvë ’babau’. 

Il passaggio di significato da ‘figura rituale’ (di cerimonie antichissime, tramandate dalla preistoria e risalenti al periodo nuragico ed oltre) a ‘spaventapasseri, spauracchio, ecc.’ senza alcun riferimento al rito d’origine, credo sia dovuto all’avvento del  Cristianesimo che senz’altro cercava di svalutare questi riti pagani a tutto vantaggio di quelli della nuova religione.

Ora, si dà il caso che nelle feste dei nostri paesi d’Abruzzo, generalmente verso la fine della festa patronale, compare (o meglio compariva in passato) una maschera chiamata mamm-occia, pupazza, pandasima (fantasma) ed anche marmotta,pucca, puca costituita da una struttura di canne coperte di abiti vecchi o di cartapesta, con all’interno una persona la quale la fa  ballare in piazza tra le risate e  il divertimento dei presenti: alla fine la mammoccia viene addirittura bruciata, atto che sottolinea la fine della festa, ma che ha anche altre valenze, come  la distruzione del male che essa in qualche modo doveva pure rappresentare se, almeno  mio parere, doveva essere imparentata, nella notte dei tempi, con  il mamuth-one di Mamoiada e con le varie entità simili indicate dai diversi nomi sardi citati tra cui marmut-one , dal significato di ‘spaventapasseri, spauracchio, babau, ecc.’, la cui prima parte radicale è variante della suddetta marmotta, maschera dalle forme sgraziate che appare al termine della festa (ad esempio a Rocca di Botte-Aq), in uso anche nel Lazio.
 

Anche il dialettale mammoccio (fantoccio goffo e rudimentale) secondo me rafforza la parentela esistente ab antiquo tra la mamm-occia (maschera della festa) e le figure sarde citate, una delle quali si chiama proprio mamucc-one, termine con la radice mam-ucc– uguale a quella di mammoccia .

Io infatti non credo che l’etimo di mamm-occio rimandi all’it. bamb-occio ‘bimbo grassottello, fantoccio di pezza, bambola’: me lo garantisce  l’espressione viterbese di Pantasima di mammucco indicante una ‘persona insulsa, incapace di nulla’.

Che la figura della mammoccia fosse di origine rituale e sacra lo spiega sinteticamente Amelia De Blasis in un suo articolo sulla mammoccia di Civitella Roveto-Aq, considerata simbolo del male. Essa veniva bruciata durante una festa e doveva avere anche il significato di ‘spauracchio, babau’ se ai bambini, per farli stare buoni, si diceva minacciosamente: ecco la mammoccia!
 

Conferma la mia idea un’altra voce del dialetto napoletano ma diffusa anche altrove nel Meridione, e cioè mamòzio. A Napoli esiste pure la forma equivalente mammòccio la quale, se non proveniente autonomamente dalla suddetta radice mam-ucc-, sarà derivata  molto probabilmente dalla prima, per allineamento alle molte parole in -occio come carr-occio, figli-occio, bell-occio. I significati sono: ‘fanciullo grasso’, ‘bambola, marionetta’, ‘persona ingombrante’, ‘sciocco’, ‘persona di carattere chiuso’, ‘donna che si intromette’, ecc.  Bisogna tener presente anche l’abruzzese mamozzo col significato di ‘persona brutta’.

Ma, signori miei! quando si parla di persona ingombrante e di persona dal carattere chiuso non posso non pensare proprio ai mamuthones di Mamoiada, che procedono lentamente, con una maschera nera sul volto e una giacca di lana scura, senza emettere una parola, muti, mentre sono guidati dai cosiddetti issohadores (quelli con la  ’soga’ in mano), maschere dalle vesti chiare, agili nei movimenti e che quindi dovrebbero rappresentare gli uomini, non le bestie come i mamuthones. 
    Qualcuno potrebbe obbiettare che però tutti i significati del meridionale mamòzio si riferiscono alla sfera laica, per così dire, non a quella rituale e sacrale. Ma questo non è vero perché in Basilicata in varie festività viene  acceso un  fantoccio chiamato appunto mamozië, parola uguale al mamòzio napoletano suddetto, la quale presenta  laicamente, per così dire, i significati di ‘fantoccio, pupazzo’ ma anche di ‘statua, scultura’ e, in senso lato, di ‘persona stupida’. 

Ad Amantea-Cs la mamozia indica una ‘donna inetta, intontita, incapace, impacciata’: quasi un’altra fotocopia della figura del mamuth-one muto, goffo, impacciato col suo carico di pesanti campanacci!
   L’etimo di napoletano mamòzio, quindi, in nessun modo può essere riportato al solito it. bamboccio ma, semmai, a quello (tutto da scoprire) del sardo mamuth-one col suffisso accrescitivo-peggiorativo –one.  In linea suppositiva a me sembra che inizialmente esso avesse il significato generico di ‘animale’, magari relitto della civiltà nuragica o prenuragica apparentato con il termine mammut di origine russa (mamot o mamont), riferito ai ben noti animali ora estinti ma vissuti (alcune specie nane) fino a tre/quattromila anni fa. Così si spiegano, al posto dei mamuthones, anche i boes ‘buoi’ del carnevale di Ottana nonché gli urtzus ‘orsi’ di quello di Ula Tirso dove però  le maschere indossano pelli non di orso ma di cinghiali e di caproni. Naturalmente la parola sarda, data la sua estrema antichità, si sarà incrociata con altre parole simili nella forma ma diverse nel significato il quale, di volta in volta, avrà influenzato il significato e il comportamento della maschera.

Si pensi, ad esempio, al gr. kápr-os’cinghiale, porco’, uguale nella forma al lat. caper, capr-i ‘capro’. 
La maschera abruzzese, ma anche pugliese, pucca, puca penso che avrà qualcosa da spartire con l’inglese Puck, un genio folletto delle favole. 

Per il significato della pup-azza, di cui si è parlato sopra come equivalente di mammoccia, non ci inganni il valore vezzeggiativo del suo significato italiano di ‘bambola’: nel ladino-veneto la voce pòp vale ‘statua, pupazzo’  ma anche ‘spaventapasseri’. A  La  Valle Agordina-Bl essa indica un ‘grande pupazzo fatto con culmi di granoturco e poi bruciato la sera precedente la festa di San Marco’.

E’ veramente bello scoprire che i mamuth-ones sardi erano parenti stretti, molto probabilmente, delle nostre mammòccë , marmottë  e  dei nostri mamòzzë, mamòzië, abruzzesi e meridionali.

Pietro Maccallini