I colori di Atzara e i tappeti di Samugheo


Dalla seta di Orgosolo alle tinture naturali di Atzara e la storia dei tappeti della Sardegna a Samugheo.

Prima di ripartire da Orgosolo non potevamo fare un salto a salutare l’amica muralista Teresa Podda. Un piccolo aperitivo, due chiacchiere sui murales che lei riproduce in tante simpatiche opere e riprendiamo il viaggio direzione Atzara.

Prima di raggiungere questo piccolo e grazioso paesino incastonato tra le dolci colline del mandrolisai, passiamo attraverso i paesaggi barbaricini.

Dall’altipiano di San Cosimo che colpisce per la varietà dei colori del suo boschetto, al lago di Gusana nel quale si specchiano le alte montagne del Gennargentu e dopo, Ovodda, Tiana, Sorgono, dove ci fermiamo in una graziosa trattoria prima di recarci al Museo di Atzara.

Anche qui l’atmosfera è stranissima davvero pochissime persone in giro.

Prima di raggiungere Atzara volevo mostrare a Bruna la bellissima chiesa di San Mauro e il suo imponente rosone. La sua grandezza è impressionante e il colore del cielo riesce a contrastare l’imponenza della chiesa.

Atzara è vicinissima e ricaricate dai colori autunnali del mandrolisai facciamo tappa al MAMA, il Museo d’Arte Contemporanea Ortiz Echague.

Ci accoglie Cinzia che fa un’introduzione sul Museo e il costumbrismo.

La prima cosa che mi colpisce è il mio quadro preferito, Mujeres de Mamojada, il dipinto che Ortiz realizzò ai primi del ‘900. E’ sistemato proprio fronte ingresso e suoi colori colpiscono davvero tanto.

Nella prima sala ci sono le opere acquisite dal Museo dei pittori che si stabilirono ad Atzara nei primi del ‘900. Il costumbrismo, che deriva dallo spagnolo costumbre, ossia “costume”, indica un genere di letteratura narrativa e di pittura sviluppatosi in Spagna nella prima metà del XIX secolo. Esso si contraddistingue per l’interesse nel creare un’opera d’arte prendendo spunto dai costumi e dagli usi popolari.

E infatti proprio grazie alla fedeltà nella riproduzione dei costumi il quadro mostra elementi del Costume di Mamoiada ormai scomparsi e mi è stato utile per la ricostruzione del nostro.

Nelle altre sale poste ai piani superiori compaiono altre bellissime opere di pittori sardi.

Oggi i colori sono il nostro leitmotiv e infatti lasciato il MAMA ci dirigiamo da Maurizio Savoldo nel suo laboratorio La Robbia che con le sue tinture naturali da colore alla lana e ai tessuti.

Il piccolo laboratorio è davvero accogliente e colorato. Maurizio ha creato un’attività fantastica ripristinando una tradizione un tempo molto diffusa in Sardegna. Utilizzando colori orig­ine veg­e­tale e ani­male. In un’altra stanza all’interno ci mostra i grossi pentoloni dove viene preparata la colorazione.

Il nome del suo laboratorio, La robbia, deriva da una pianta erbacea perenne diffusa nelle zone boschive del Mediterraneo, dal cui rizoma si estrae un colorante rosso usato un tempo per tinture e lacche. Da qui ha preso il nome il laboratorio che oggi produce anche articoli e filati realizzati a mano.

E’ giunta l’ora di lasciare anche Atzara, ci attendono ancora alcuni chilometri di viaggio per raggiungere Samugheo e il suo Museo. Arrivati in paese ci sistemiamo nel b&b e finalmente arriviamo al MURATS, il Museo Unico Regionale Arte Tessile Sarda.

Qui i nostri occhi possono ammirare la migliore esposizione storica e moderna del tappeto sardo e dei filati. D’altronde il Museo è nato con lo scopo di conservare la memoria storica tessile della Sardegna.

Mi ricordo bene la sua inaugurazione, sembra passata un’eternità.

La bravissima guida ci porta alla scoperta di questo mondo con grande professionalità, mostrandoci le collezioni principali che sono composte da manufatti provenienti da diverse parti dell’Isola: si tratta di, coperte, lenzuola, biancheria per l’infanzia, biancheria per uso quotidiano, bisacce e teli per la campagna, abbigliamento per il pastore, costumi tradizionali per le feste e strumenti tra i quali telai tradizionali in legno, attrezzature e strumenti vari per la tessitura, capi samughesi di abbigliamento giornaliero e festivo, preziosi manufatti tessili del Settecento, realizzati artigianalmente in lana, cotone e lino. Tra i pezzi più rari figurano gli “Affaciadas”, piccolissime strisce di tessuto finemente lavorato che si esponevano nei balconi durante la processione del Corpus Domini, mentre per rarità spiccano cinque “Tapinos ‘e mortu”. 

Sos tapinos de mortu erano dei tappeti dove vi si adagiava il defunto durante la veglia funebre. Quasi un rito di propiziazione per favorire il passaggio al mondo dei defunti.

Anche qui magicamente compare un asino tra le varie simbologie.

Ricordo quando la Biblioteca di Mamoiada realizzò la mostra dalla Culla alla Bara, riuscimmo ad esporre unu tapinu ‘e mortu anche del nostro paese. Dalla nascita alla morte, il tappeto che attraversa tutta la vita dell’uomo.

Colori, simboli, significati che lasciano davvero a bocca aperta. Persino la collezione Aga Khan mostra tutta la sua magnificenza.

Nel museo anche un “tappino” di lana di Mamoiada che serviva per ricoprire su pane ‘e vresa. Chissà quante sfoglie di pane sono passate dentro quel vecchio tessuto.

Uno spazio espositivo immenso che è anche il fulcro della Mostra dell’Artigianato sardo che si svolge ogni anno nel mese di agosto.

Camminando tra questi tessuti sembra di essere travolte da uno strano calore, tutto naturale sprigionato dal patrimonio tradizionale giunto intatto sino a noi. Filati e Pibiones, una costante importante in questo viaggio.

E’ la magia dei piccoli musei, che ti fanno entrare nel profondo di queste realtà.

E’ così anche se a malincuore, lasciamo anche il Murats, domani è un altro giorno ci attendono Maria Lai e i tappeti di Mogoro.

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